Ho impiegato dieci anni per capire (davvero) perché faccio questo lavoro.

Brand strategist per professioniste e imprenditrici visionarie | Lapù Atelier Grafico

Oggi voglio portarti con me in una riflessione personale, che sta però alla base di tutto. Sono fresca fresca di call con le professioniste iscritte al CORE Club, lo spazio in cui teste pensanti e visionarie si ritrovano per parlare di brand e di tutto quello che ruota intorno al business imprenditoriale, come donne, come mamme, come professioniste.

Voglio raccontarti di un AHA moment che è arrivato stamattina, mentre decidevo con quali dei most important task iniziare questo sabato lavorativo e, come sempre, ascoltavo un podcast dalla mia lista “ispirazione” — se è una pratica che non fai ancora, inizia subito perché credimi ti svolta la giornata e non solo.

Un pensiero limpido e chiarissimo mi è arrivato come un fulmine. Tac, era sempre stato lì. L’ho sempre saputo. Ma solo adesso riesco a metterlo per iscritto. Solo adesso lo vedo con tale semplicità e chiarezza. E mi spiega tutto.

Tutto quello che mentalmente e con la logica è stato molto più complesso da tirare a terra: cosa smuove il tuo perché? Qual è il vero motore? Quello che sta alla base di tutto e che ti rende unica e diversa da tutti gli altri?

Ti condivido cosa ne ho ricavato, chissà che questo racconto non sia per te la scintilla che fa luce su tutto.

Potrei riassumere questa consapevolezza così: negli ultimi dieci anni ho fatto su me stessa, da brand designer, esattamente il lavoro che faccio con le imprenditrici che mi scelgono.

Non l’ho scelto strategicamente, non l’ho progettato. L’ho vissuto, easy.

La brava bambina

Se dovessi dividere in capitoli questa storia, il primo si intitolerebbe senza dubbio così: La brava bambina.

Perchè questa è la prima identità che ho impersonato, e pure da favola! Quella della bambina giudiziosa, silenziosa, capace di stare al suo posto, già matura per la sua età, con gli occhi curiosi ma riservata, timida, con troppa paura di dire le cose come stanno.

Questa cosa è stata presente nelle mie relazioni e ha caratterizzato il primo campo in cui ho messo in azione le mie competenze: la scuola e l’università. Al liceo ero quella che si spaccava di impegno per essere brava, performante, “da 9” minimo. In università mi sono evoluta nella studentessa che stava notte e giorno sui progetti, ma che non prendeva mai parola e che preferiva mandare avanti qualcun altro, convinta che bastasse l’azione concreta per raccontare anche tutta la parte di pensiero.

Qualcuno direbbe: “Eri semplicemente timida”- e invece no: non sapevo ancora qual era il mio posto vero.

E occupavo quello in cui mi vedevano bene gli altri.

Un concetto che negli ultimi due anni ho visto in tantissime professioniste visionarie: lavorare dietro le quinte, annacquare le proprie competenze, brillare meno per non urtare la sensibilità altrui.

Competenti, preparate, con anni di lavoro alle spalle. E spesso invisibili, in attesa di permesso.

In attesa che qualcuno, là fuori, dica: Sei brava.

La Wonder Woman

Non ho iniziato questo percorso con la consapevolezza di voler fare brand design nella vita. L’ho scoperto strada facendo. E strada facendo ho fatto scelte che rispondevano a una domanda sbagliata:

Come posso fare qualcosa che mi piace e intanto accontentare tutti gli altri?

Ricordo perfettamente che intorno ai 18 anni qualcosa si è mosso: ho iniziato a divorare libri di crescita personale per testare nuovi modi di pensare e di fare le cose, per trovare tra le pagine me stessa.

Dopo il liceo classico ho preso la mia prima laurea in Architettura: il Politecnico di Milano è stato un bellissimo viaggio ma anche l’inizio del mio lifestyle mood perennemente in corsa, con la testa sempre impegnata su qualcosa, poche ore di sonno per notte e decisamente troppi caffè.

Mi sono divertita molto in quegli anni, ma ho sempre vissuto con il freno a mano e percepivo che non fosse quella la mia dimensione.

È con la magistrale che ho cambiato rotta e ho deciso di sfidare la linearità del percorso che avevo impostato: mi sono iscritta a Interior Design perché era la facoltà più vicina a quello che mi sarebbe piaciuto esplorare — e anche quella che mi richiedeva solo mezzo anno accademico per recuperare crediti.

E il primo corso che frequento — Metaprogetto, con quella che diventa la mia docente del cuore e poi la mia relatrice di tesi (ciao Raf!)mi porta su un livello completamente nuovo: qui non ci sono vincoli da superare in modo creativo o spessori di solette e infissi da ricordare; qui si parte dalla mente, si fanno i voli pindarici e poi si raccontano storie.

Il fuocherello che sentivo mentre leggevo di notte quei libri motivazionali torna a bruciare in me.

Vinco una borsa di studio, conosco persone che mi ispirano a volere di più. La tesi la progetto con Federica, amica di università che ho nel cuore e lavoriamo su un allestimento in collaborazione con il Teatro alla Scala: un momento fortissimo, che mi fa capire che il mio dono non era tanto quello di progettare allestimenti quanto quello di raccontare un progetto visivamente. Uno stage milanese mi accende definitivamente l’amore per la grafica. Un momento di rivelazione che mi fa sentire, finalmente, nel posto giusto.

BOOM — capisco che è arrivato il momento di alzare il volume!

Già. Peccato che lo faccio nel modo sbagliato. O almeno — ho fatto quello che mi sembrava rivoluzionario in quel momento, con le risorse che avevo. Nell’arco di tre mesi ho aperto la partita IVA come grafica freelance e sono diventata docente alle superiori.

Perché dovevo fare tutto, dovevo arrivare dappertutto, dovevo dimostrare di poter essere tutto quello che le persone vedevano in me. Sono rimasta nella condizione di slash worker per sette anni. Io mi sentivo invincibile. Invece non ero né carne né pesce.

Per anni mi sono distrutta nell’inseguire la figura della Wonder Woman: quella che fa due lavori e li fa alla perfezione, che non dorme ma va in palestra, tiene all’alimentazione, si forma, esce e fa cose divertenti. Perfetta in tutto quello che fa, in qualsiasi area della vita.

Oggi mi rendo conto che erano solo maschere: più ne mettevo, più io mi perdevo. Perché la sensazione inebriante di una bella lezione con i ragazzi o di un progetto consegnato ai miei clienti svaniva nel turbine della frustrazione serale, di lavorare e basta e non vivere appieno la vita, di non condurre le giornate come volevo io.

Era una ricerca d’identità travestita da ambizione.

Anche questo è un concetto che più volte ho visto tornare nei pattern delle professioniste on cui ho lavorato: brand esteticamente gradevoli, professionali, con tanto di logo costruiti per dimostrare che hanno rivelato nel giro di pochi mesi ben più di una crepa.

Un gap, uno scostamento che si crea tra quello che racconta il brand e quello che sei tu come brand. I clienti la sentono, anche se non sanno nominarla. E il tuo business perfetto smette di essere sostenibile perché non è “vero”, autenticamente cucito su di te.

Tutto si blocca e il tuo sistema nervoso lo sa.

Il crollo che chiarisce

Per fortuna, come sempre, la vita ci mette lo zampino. Quando le cose sono andate a rotoli perchè era letteralmente impossibile stare dietro a quella richiesta di performance continua, ho iniziato un percorso di psicoterapia e la risposta è stata lampante: tutte le mie scelte fino a quel momento avevano un fondo di autenticità.

Erano guidate da un fil rouge comune: la ricerca di identità.

Nel voler dimostrare che potevo essere quella che tutti volevano, che potevo indossare tutte quelle maschere e farlo al meglio, sotto sotto stavo cercando la mia strada.

E la mia psicoterapeuta — che già cinque anni fa vedeva tutto — mi ha detto una cosa che non riuscivo ancora a reggere:

“Roberta, ma si rende conto che tutto quello che fa è per dire al mondo chi è davvero?”

La risposta era già lì. Da sempre.

Ma certe verità non si capiscono subito.

Ci devi passare attraverso e solo dopo riesci a vedere i puntini, unirli e farne tesoro.

Il lavoro che faccio con ogni cliente parte esattamente da qui. Non invento chi sono. Porto alla luce quello che c’è già. C’era sempre. Solo sepolto sotto anni di maschere, aspettative, scelte fatte per accontentare invece che per essere.

Il vero perché di me, brand designer

Siamo nel 2026. Ho la partita IVA da quasi dieci anni. Eppure mi ritengo un brand giovane. Perché è solo quando ho scoperto di aspettare Sofia che qualcosa in me ha fatto un potente clic e ho deciso di dare voce alla mia vera identità.

In questi ultimi due anni e mezzo, da quando è arrivata lei, la ricerca è continuata e mi ha portata sempre più vicina alla risposta.

E oggi, dal nulla, un pensiero ha messo tutto al posto giusto.

Potrei elencare molti motivi per cui oggi faccio la Brand designer.

Senza dubbio non perché sono creativa o perchè mi piace la grafica.

Nemmeno perché da multipod ho bisogno di continui stimoli.

Il vero motivo per cui faccio quello che faccio è uno solo:

Voglio permettere alle altre persone di trovare la loro vera identità e portarla nel mondo nel modo più alto, più bello, più iconico possibile.

A questa consapevolezza ci sono arrivata attraverso me stessa. Ed è inutile cercare scorciatoie: per certe cose ci devi passare attraverso, e solo dopo riesci a vedere chiaramente i puntini, unirli e farne tesoro. Ho passato anni a vedere collegamenti dove non esistevano ancora. A fare ricerca, a tenere tutto insieme, a dare al caos una lettura visiva e personale.

Solo adesso capisco che non lo facevo nonostante tutto. Lo facevo perché è esattamente quello che sono.

E se sei arrivata fino a qui, mi piacerebbe sapere se ti risuona questa storia, se qualcosa dentro di te ha detto ahaaaaaaa – i feel you, sistah. Probabilmente non stai cercando di costruire solo un brand. Stai cercando il coraggio di portare nel mondo la versione più vera, potente, ispirante di te. Quella che senti da anni ma che non hai ancora trovato il modo di mostrare.

Magari sei un’imprenditrice con un progetto che funziona già. Magari hai abbandonato una strada segnata per seguire qualcosa di tuo. Magari stai portando avanti tutto — il lavoro, la vita, le responsabilità — con la sensazione che il tuo brand non ti stia ancora restituendo quello che vali davvero.

La mia storia oggi serve a mettere il focus sul vero problema, se così lo vogliamo chiamare – quello che ti mette pepe al cXXX e ti fa venire voglia ogni mattina di fare all in. Non un logo. Non la palette colori.

Ma la tua identità come Brand che finora ha giocato in piccolo e da oggi dice: basta.

Probabilmente sei professionale, coerente, carina. Ma qui giochiamo in grande, a un livello diverso.

Queste sono le vibes su cui mi muovo oggi. Questo è l’inizio di un nuovo capitolo.

E io non vedo l’ora di portarti fuori, baby.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scroll to Top